1° maggio 2006. Mentre assisto (parola grossa) al concerto (idem) trasmesso da Rai Tre in diretta da piazza San Giovanni a Roma, mi imbatto per caso nelle pagine on line di un
discusso quotidiano nazionale in cui Paola De Carolis
pretende di illuminare i lettori sulla figura di
Eric Clapton, denunciando la sua scelta di esibirsi in concerto il prossimo 20 maggio con la gloriosa
Band du Lac, sbrigativamente

liquidata come "nuovo gruppo" formato "per una sera". L'evento è organizzato da
Countryside Alliance, organizzazione attiva nell'ambito della tutela della campagna e dei valori della vita rurale, che si batte anche, ma non solo, per l'abolizione dell'
Hunting Act, provvedimento legislativo promosso dal governo Blair che da oltre un anno vieta nel Regno Unito la caccia con i cani, in particolare quella alla volpe.
Al di là delle posizioni individuali in materia di salvaguardia della vita animale, e lo dico da fervente e intransigente animalista, ma anche degli argomenti addotti da C.A.
dall'interno di un sistema culturale a favore del controllo della popolazione delle volpi a tutela delle coltivazioni agricole, stupiscono sia la disinvoltura con cui nell'articolo si confonde palesemente la partecipazione di Clapton al Live Aid dell'estate 1985 con la sua assenza dal Live8 dell'estate 2005, sia la superficialità con cui viene censurata la sua adesione alla causa di C.A., contrapponendola all'impegno politico-sociale di altre presunte rockstar.
Quando non impegnata a scrivere con tanto rigore, la De Carolis è evidentemente più incline a considerare artisticamente meno valida l'elegia di cui è intrisa la
maestà chitarristica testimoniata da Slowhand in quarant'anni di esibizioni dal vivo sempre all'altezza di una fama rimasta incontrastata, rispetto alle esternazioni politico-ideologiche opportunisticamente dispensate da orde di schiamazzatori nostrani ed esteri, privi di capacità di ascolto ma sempre pronti ad usurpare lo status di artista nel nome della più scontata retorica solidaristica di stampo veteromarxista, pur di arrampicarsi su un palco e poter strappare facili consensi a giovani acriticamente ignari delle forme più squallidamente ipocrite e subdole che il marketing discografico possa assumere. Prevalentemente in attesa e alla ricerca di uno specifico merito artistico da intendersi, come
optional, secondo una concezione contraddittoriamente mercificata e iperconsumistica dell'arte e senza prescindere dalle scelte di vita personali e private. Scelte come tali sempre meritevoli di rispetto ma anche di rimanere del tutto estranee a qualunque giudizio artistico-estetico.
Perché è chiaro che nell'articolo in questione si parla di Clapton appassionato di caccia non come di un cittadino qualunque, ma per metterne in discussione l'impegno di musicista, e in questo senso lo si paragona ad altri che non sempre ne meritano l'etichetta. Di tutto questo, il sinistro carrozzone sindacalista e pseudomusicale del 1° maggio ha fornito un ottimo esempio (esibizione di Pino Daniele a parte).
, e che tu possa ruggire ancora a lungo da par tuo sui palchi di tutto il mondo.
ovviamente compresa.